IL FARO DEI SOGNI

Calvino – Il figlio del Re nel pollaio

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view post Posted on 11/3/2024, 17:26     Top   Dislike
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Si racconta che c’era un ciabattino con tre figlie femmine: Peppa, Nina e Nunzia. Erano poveri in canna, e il ciabattino girava per la campagna ad aggiustare scarpe, ma non poteva buscare un quattrino.
La moglie a vederlo tornare a mani vuote: «Sciagurato! – gli diceva, – cosa metterò in pentola oggi?». E lui, stanco, disse alla figlia Nunzia, che era la più piccina: «Senti, vuoi Nielsen-Narcisovenire con me per minestra?».
E se ne andarono per i campi, a cogliere erbe per la minestra.

Arrivarono in un feudo, e cercando erbe, Nunzia trovò una testa di finocchio così grossa che per quanto tirasse non riusciva a sradicarla, e dovette chiamare suo padre: «Signor padre! Signor padre! Voglia guardare cos’ho trovato! Non riesco a strapparla!».
Ci si mise anche suo padre e tira tira, si sradicò il finocchio e sotto apparve una botola aperta. Alla botola s’affacciò un bel giovane: «Bella ragazza – disse – cosa state cercando?».

«E cosa volete che cerchiamo? Siamo morti di fame e cogliamo un po’ di minestra».
«Se siete povero, vi faccio arricchire io – disse il giovane al ciabattino. – Lasciatemi vostra figlia, e io vi do un sacco di danari».
Quel povero padre fece: «Come? Lasciarvi mia figlia?». Ma il giovane tanto disse che lo persuase, prese i danari e lasciò Nunzia che se ne scese sottoterra con quel giovane.

Sottoterra, c’era una casa così lussuosa, che alla ragazza parve d’essere arrivata in Paradiso. Cominciò una vita che poteva ben dirsi felice, se non fosse che Nunzia non sapeva più niente di suo padre né delle sue sorelle.
Il ciabattino, intanto, aveva da mangiare polli e manzo tutti i giorni e se la passava bene. E Peppa e Nina gli dissero un giorno: «Padre, ci volete portare a trovare nostra sorella?».

Andarono al posto dove avevano trovato il finocchio, bussarono alla botola e il giovane li fece entrare. Nunzia fu molto contenta di rivedere le sorelle e le portò a visitare tutta la casa. Solo una camera non la volle aprire.
«Perché? cosa c’è là dentro?», chiesero le sorelle, tutte incuriosite.
«Non lo so, perché non ci sono mai entrata neanch’io. Mio marito me l’ha proibito».

Poi s’andò a pettinare e le sorelle vollero aiutarla. Le sciolsero la treccia e in mezzo alla treccia trovarono legata una chiave: «Questa – disse la Peppa alla Nina, sottovoce – dev’essere la chiave della stanza che non ci ha voluto far vedere!». E facendo finta di pettinarla le slegarono la chiave; poi zitte zitte andarono ad aprire la stanza.
Nella stanza c’erano tante donne: chi ricamava, chi cuciva, chi tagliava. E cantavano:

Facciamo pannolini e fasce
pel figliol del Re che nasce!



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«Ah! nostra sorella aspetta un bambino e non ce l’aveva detto!», fecero le sorelle.
Ma in quel momento le donne della stanza, accorgendosi d’esser viste, da belle che erano si fecero gialle gialle, brutte brutte, e si trasformarono in lucertole e ramarri. La Peppa e la Nina scapparono via.
Nunzia le vide tutte stravolte: «Cos’avete, sorelle mie?».
«Niente, volevamo salutarti perché ora ce ne andiamo».
«Così presto?».
«Ma sì, dobbiamo tornare a casa».
«Ma cosa v’è successo?».
«Ebbene, t’abbiamo preso la chiave che avevi nella treccia, abbiamo aperto quella porta …».
«Ah, sorelle mie! Questa sarà la mia rovina!».

Difatti, quelle donne della stanza, che erano tante Fate, andarono dal giovane, che era loro prigioniero lì sottoterra e gli dissero: «Sai? Devi cacciar via tua moglie. Subito».
«E perché?», disse lui, con le lagrime agli occhi.
«La devi cacciare via subito. Gli ordini sono ordini, hai capito?».

E quel povero sposo, dovette andare da lei, col cuore che gli si spezzava, e dirle: «Te ne devi andare subito da questa casa, ordine delle Fate, se no sono perduto!».
«Le mie sorelle hanno fatto la mia rovina! – disse lei scoppiando in singhiozzi. – E dove Kahan-gomitolome ne andrò mai?».
«Tieni questo gomitolo – le disse lui. – Legane un capo al pomo della porta e fallo rotolare. Dove finirà il gomitolo, là fermati».

Nunzia, disperata, obbedì: il gomitolo, rotola rotola, cammina cammina, non finiva mai. Arrivò sotto il balcone d’un bellissimo palazzo e lì il gomitolo finì. Era il palazzo del Re Cristallo.
Nunzia chiamò e s’affacciarono le cameriere.
«Per carità – ella disse – alloggiatemi per questa notte, che non so dove rifugiarmi e aspetto d’avere un bambino!». Perché intanto s’era accorta che stava aspettando d’avere un bambino.
Le cameriere andarono a dirlo al Re Cristallo e alla Regina e quelli risposero che non avrebbero aperto casa loro a chicchessia.

Bisogna sapere che il loro figliolo tanti anni prima era stato portato via dalle Fate, e non ne avevano saputo più nulla: così erano pieni di diffidenza verso le donne forestiere.
Disse la poveretta: «Magari nel pollaio, per una notte!».
Le cameriere, mosse a compassione, tanto dissero al Re e alla Regina che la fecero accogliere nel pollaio e le portarono un po’ di pane perché moriva di fame. Volevano sapere la sua storia, ma ella scuoteva il capo e non faceva che ripetere: «Ah, se voi sapeste! Ah, se voi sapeste!».

Quella stessa notte, le nacque un bel bambino, e una cameriera andò subito a dire alla Regina: «Maestà, che bel bambino che ha avuto questa forestiera! Somiglia tutto al suo figliolo!».
E intanto le Fate dissero al giovane, che stava sempre sottoterra: «Non sai che a tua moglie è nato un bel bambino? Vuoi venire a vederlo, stasera?».
«Magari, mi ci portate?».

Quella notte, si sentì bussare alla porta del pollaio: «Chi è?».
«Apri, son io, il padre del tuo bambino».
E Nunzia vide entrare il suo sposo che era il figlio del Re rapito dalle Fate, e che ora le Fate accompagnavano a vedere suo figlio.
Entrò, con tutte le Fate dietro, e il pollaio diventò tutto tappezzato d’oro, il giaciglio ebbe una coltre ricamata d’oro, la culla del bambino divenne d’oro, e tutto risplendeva che pareva giorno e una musica suonava, e le Fate cantavano e ballavano, e il Reuzzo cullava il bambino e diceva:

Se mio padre lo sapesse
che sei figlio di suo figlio
tra fasce d’oro saresti fasciato,
tra culle d’oro saresti cullato,
notte e giorno starei con te,
dormi dormi, figliolo di Re.



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E le Fate ballando, s’affacciavano alla finestra e cantavano:

I galli ancor non cantano,
l’orologio ancor non suona,
non è ora, non è ora.

regina-fate

Lasciamo loro e andiamo dalla Regina.
S’affaccia una cameriera e le dice: «Signora Regina, sapeste! Dalla forestiera stanno succedendo cose mai viste! Non è più pollaio, è tutto luce come il Paradiso, si sente cantare, una voce che sembra quella di vostro figlio. State a sentire, state a sentire!».
La Regina andò alla porta del pollaio e stette a sentire, ma in quel momento cantò un gallo, e non si sentì più nulla e non si vide più luce alla porta.

Quel mattino, a portare il caffè alla forestiera volle andarci la Regina in persona: «Mi volete dire chi c’era questa notte?».
E lei: «Eh, non ve lo posso dire, ma anche se potessi, che vi direi? Lo sapessi io, chi viene!».
E la Regina: «E chi può essere? E se fosse mio figlio?», e tanto disse, e tanto fece che la forestiera le raccontò tutta la sua storia dal principio: che lei era andata per minestra … e tutto il resto.
«Allora voi siete la moglie di mio figlio? – fece la Regina, abbracciandola e baciandola. E le disse: – Stanotte domandagli cosa ci vuole per liberarlo».

Alla notte, alla stessa ora, s’adunarono le Fate col figliolo del Re. Le Fate si misero a ballare, e lui a cullare suo figlio sempre cantando:

Se mio padre lo sapesse
che sei figlio di suo figlio
tra fasce d’oro saresti fasciato,
tra culle d’oro saresti cullato,
notte e giorno starei con te,
dormi dormi, figliolo di Re.

Mentre le Fate ballavano, la sposa disse al marito: «Dimmi cosa ci vuole per liberarti?».
Lui rispose: «Ci vuole che i galli non cantino, che l’orologio non suoni, che le campane nemmeno, e con una tela celeste ricamata con la luna e le stelle che sembri di notte si ricopra la strada perché non si veda quando fa giorno. Una volta che il sole è già alto, si tira via la tela e le Fate diventano lucertole e ramarri e scappano via».

La mattina dopo, il Re fece gridare un bando: Né campane né orologio hanno da suonare, e tutti i galli si hanno da ammazzare.
Tutto fu preparato, e alla notte, alla solita ora, le Fate si misero a ballare e a suonare e lui cantava:

Se mio padre lo sapesse
che sei figlio di suo figlio
tra fasce d’oro saresti fasciato,
tra culle d’oro saresti cullato,
notte e giorno starei con te,
dormi dormi, figliolo di Re.

E le Fate s’affacciavano alla finestra cantando:

I galli ancor non cantano,
l’orologio ancor non suona,
non è ora, non è ora.

Quando il sole fu a mezzo del cielo, la tela fu tirata via; chi diventò serpe, chi ramarro, e scapparono tutte.
Il figlio del Re e sua moglie abbracciarono il Re e la Regina.

Essi restarono felici e contenti,
e noialtri siam qui senza niente.

(Calvino, Fiabe italiane: 174)



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Osserva giustamente Calvino, in nota, che questa favola «s’apparenta alla più illustre di tutte le fiabe, Amore e Psiche», di cui, aggiunge, «si contano sessantun varianti orali italiane».
La donna gravida che chiede invano asilo per la notte, e che deve arrangiarsi a partorire nel pollaio (richiamo evidente alla stalla della notte di Natale) non è semplicemente un tocco di «cristianesimo» sovrascritto a un’antica favola «pagana». È semmai vero il contrario: che la leggenda cristiana della notte di Natale abbia attinto la sua «materia prima» a una tradizione assai più antica, a una narrazione mitica i cui «frammenti» si trovano sparsi un po’ ovunque, a tutte le latitudini del Racconto.

… eccone, per esempio, qui uno: il gomitolo!
E di nuovo il gomitolo è … tutto ciò che resta in mano a chi deve andar via e mettersi in cammino. E di nuovo … rotola (come la Testa «esiliata» dal resto del corpo) e, rotolando, si srotola fino al palazzo del Re Cristallo (o, come si narra altrove, fino alla Luna).
Questo gomitolo è fatto di tutti i fili immaginali che s’intrecciano nella Testa (di Nunzia – di Psiche), è la matassa di tutte le «contemplazioni», di tutti i «miraggi» che ha, inconsciamente, registrato e inscritto nei suoi sguardi, è l’insieme di tutte le «sintesi passive» che ha sottoscritto a ciò che ha, di volta in volta, «veduto» (sotto un finocchio la Fuseli-Didonebotola per l’Altro mondo, sotto la Fame il Desiderio, sotto il Fulgore del Sole il Paese d’ombre della Luna, sotto il senso proprio il Senso Figurato).

Una volta, anzi: la prima volta che «esce di casa», la prima volta che la Testa (la Volpe) si fa portare fuori, all’Aperto, dai piedi (del Gatto), non dispone che del gomitolo delle sue «visioni» per interpretare il mondo.
Ed ecco: va per minestra (Fame) e trova … il suo Sposo «sotterraneo» (Eros, Desiderio). Non si dice ancora che i bambini nascono sotto il cavolo?
Sono le nostre «parti basse», i piedi, le gambe, gli inguini, le viscere a metterli al mondo. Sono le nostre parti «sotterranee» ad avventurarsi laggiù … dove si fa la Vita – dove le immaginazioni della Testa, se solo abdicano alla loro «coda», giungono nientemeno al di là delle Simplegadi a essere e a dare vita.

Non sarà dunque solo per un capriccio del Narratore, che la Favola vuole che il padre sia solo un modesto ciabattino.
Il padre fa le scarpe agli altri, provvede al benessere dei piedi altrui: dei piedi, s’intende, che camminano. E perciò, quando dice alla (Testa della) figlia: «Alzati e cammina!», è perché vuole che faccia i primi passi nel mondo, e che si appropri dei piani bassi del suo corpo.
Ma, l’abbiamo detto già troppe volte, laggiù – di sotto, c’è quel diavolo di un Gatto. Laggiù, bisogna fare i conti «alla rovescia».

Ma come si fa a contare i giorni e le notti, se laggiù è sempre Notte?
Semplice, no? – si contano le lune. Laggiù, il Sole conta poco o niente! Laggiù, dimorano le Streghe che hanno tradito il Sole, che odiano la Luce, che tessono nascoste le loro trame.
Di queste loro notturne trame è (prigioniero) travestito il Desiderio della nostra cara Nunzia, l’ultima, la più piccina, ma anche la più bella delle Tre Figlie del ciabattino. Se si chiama Nunzia, e non Psiche – è perché delle Tre è la sola che si avventura, appresso al Frank-amanti-lucertolepadre, fin nella Parola: Nunzia è colei che porta l’annuncio, l’Annunciatrice – ma anche l’Annunziata.

Delle Tre Figlie, delle Tre Anime, la sola Psiche che mette al mondo un figlio, è quella che parla! Quella, la cui Parola sarà capace di srotolare il filo del gomitolo delle sue «contemplazioni» per tutto il labirinto che va dal Talamo dei suoi desideri fin sulla soglia del Palazzo del Re Cristallo. Capace di tradurli dalle viscere e dalle bassezze sotterranee della Notte Eterna fino all’Eccelsa Dimora del Sole che giammai tramonta – fino al Mezzogiorno Perpetuo.
Questo è il cammino, questa la via – secondo il Racconto.

Il Racconto intende: tutto ciò che resta laggiù, nel dominio delle Streghe al servizio di quel Diavolo d’un gatto cieco come la Notte, tutto ciò che rimane laggiù nelle viscere del «non detto», del «non conscio», tutto ciò che «non vede la luce» rimane laggiù sotto il finocchio – infinocchiato dalle stregonerie delle Tessitrici della vita e della morte.
E allora, che fare? non c’è che un modo per liberare il Principe, Eros, dalle loro grinfie: privarle delle loro armi di difesa (il canto del gallo, l’orologio che suona le ore, ecc.) per inondarle, a sorpresa, di luce, sicché quando meno se l’aspettano, si mostrino nelle loro nude sembianze: non sono che serpenti, lucertole e ramarri. Nient’altro che lunatici spettri che, come d’incanto, si dissolvono … se solo diventano parole.

Perché solo la Parola può ciò che è impossibile all’Immaginazione. Solo la Parola può celebrare le «nozze» di un Principe (in attesa d’essere scoperto sotto il finocchio) e di una bambina (che in dote di natura ha soltanto un gomitolo di immaginazioni).



fonte https://lartedeipazzi.blog/2018/12/01/calv...re-nel-pollaio/

 
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